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domenica 6 settembre 2020

LA DONNA FARFALLA - ROBERTO BRUGHITTA

 LA DONNA FARFALLA
Roberto Brughitta 
Amicolibro editore





Sensibile: la prima cosa che penso, al primo impatto col testo che mi hanno dato da leggere per la presentazione. 
Non conosco ancora Roberto Brughitta, né ho mai letto niente di suo. 
Sensibile: questa è la prima cosa che penso mentre mi accingo a leggerlo, e sarà la prima cosa che penserò quando avrò modo di ascoltarlo alla presentazione del 21 agosto.

Autentico: un'altra parola che ti balza subito alla mente quando hai modo di incontrarlo ed conoscerlo. Non ha timore nel lasciarsi trasportare dalle emozioni e mostrarle nella loro autenticità, senza filtri. E questo forse è uno dei suoi grandi Doni.

Sorrido quando racconta che la scrittura lo sorprende nei momenti più disparati della vita quotidiana. Sorrido, perché conosco bene quella necessità, quella che come dice lui ti fa scrivere perfino sugli scontrini. Perché chi scrive - e intendo chi scrive con questa sensibilità- ha sempre la testa a cavallo tra i vari mondi, le orecchie sempre in ascolto di altro e gli occhi puntati verso l'altrove.
Sorrido nel riconoscere chi è riuscito a far fiorire bellezza dal dolore, sia attraverso la scrittura che attraverso il percorso di vita.

Ma ora passiamo a LA DONNA FARFALLA.

Sin dalla prima pagina, intuisci che un modo di raccontare così non può che appartenere ad un animo di rara sensibilità (odio le ripetizioni, ma stavolta ci stanno tutte).

Subito Roberto ci immerge tra le vie del piccolo paesello di Lamadró, in cui descrive come la pioggia, cogliendolo d'improvviso, faccia sprigionare odori e profumi in un modo del tutto particolare.

Sulla scia pungente di lavanda e lentisco, su quella acre dell'urina dei cani, ad un certo punto quella pioggia si fa strumento e ci trasla su un altro piano, quello contenuto proprio in quella parola particolare, scritta in corsivo mica per caso.

Quegli odori che si spargono casualmente, diventano persone colte all'improvviso, così come la pioggia li ha trovati. E capisci che la pioggia non è pioggia, ma sono bombe e granate.

Paralleli così visionari, ripeto, non possono che arrivare da un animo davvero sensibile.

In questo paesello e più precisamente nella Piazza dalle tegole larghe (e andate a leggere il perché), arrivano i tre carri sgangherati della Compagnia dei Campanelli.

Non svelerò altro della trama della storia, se non in termini di alcuni personaggi e sensazioni.

Del paese possiamo citare Monica che legge le nuvole o il piccolo Riccardo col suo mutismo accompagnato da una notevole (da tanti sottovalutata) capacità di ascolto e di espressione (certe volte servon forse le parole?). Oppure il sognatore Gianluca, o lo zio Oscar...

Tra i personaggi della compagnia ritroviamo personaggi differenti, ognuno con una sua storia e un suo perché.
Possiamo nominare il burbero Tempesta e la compagna Camomilla, oppure i giocolieri Giglio e Liquirizia, ma non possiamo di certo dimenticare lei, la funambola, la Donna Farfalla: Divina.

Quel che posso ribadire è come ogni piccola sfumatura e dettaglio di questo piccolo romanzo, trovi la sua funzione.

E Roberto lo fa con la delicatezza di chi è riuscito a seguire il Sentire in purezza, scrivendo quel che arriva e si lascia raccontare, accogliendolo e ascoltandolo.

In chiusura voglio riportare la poesia che apre il libro.
Versi del caro amico Poeta Giorgio Peddio (un'altra anima delicata).


***
Sei
dovuta cadere
per 
poterti liberare.
Poggiavi
i tuoi piedi
su lunghi fili d'aria.

Il sole
in una mano
e la luna nell'altra
l'armonia
dolce delle acque 
nel cuore.

Leggera 
come foglia
di vento
lasciavi nella notte
un profumo
come di rose
dopo la pioggia.

Erano
le tue catene
fatte di chiare stelle
e spuma marina.

(Giorgio Peddio)

***


mercoledì 2 settembre 2020

GENNA DI TAQUISARA - ROBERTO BRUGHITTA

      GENNA DI TAQUISARA
Roberto Brughitta
Amicolibro editore




“Rònkina, un uomo saggio ma anziano di settant’anni (l’età non è casuale), incrocia la sua esistenza con Genna, una fanciulla dal carattere ribelle. Malgrado la reciproca diffidenza iniziale, cominciano un viaggio, il cui scopo non è tanto un andare verso, ma un allontanarsi da.”
(Piccolo estratto dalla prefazione a cura di Andrea Fulgheri)


Rònkina, un vecchio addestratore di cavalli ormai settantenne, convinto di non poter dare più nulla, e Genna, una ragazza diversa, una guaritrice, avvolta dall’infame spettro della superstizione e dei demoni, che spesso si creano proprio negli animi di chi condanna ciò che in realtà non conosce.
Siamo nell’entroterra sardo, tra le aspre rocce dei tacchi ogliastrini, tra grotte e gole, in una natura dalla bellezza incontaminata, su cui si intrecciano le vicende degli uomini.
Roberto ci trasporta in luoghi che chi ha avuto la fortuna di visitare riconoscerà subito.

Rònkina e Genna, due destini apparentemente ineluttabili, in un mondo in cui l’esistenza è condizionata da usi e credenze, che sovente imprigionano e condizionano la vita dei singoli individui: il vecchio, ormai giudicato inservibile e con nulla più da dare (e forse anche convintosi di ciò), destinato a essere scaraventato da Sa Babbaiecca; la giovane, selvatica e schiva, dai fulvi capelli, piccola e sfuggente come una volpe e indomita come i cavalli, conoscitrice di erbe, parole e cure, additata sempre più minacciosamente come bruxia (strega, fattucchiera).

Due sorti già scritte, quasi come un marchio, in quel che emerge come un mondo chiuso contraddittorioin cui l’essere umano è prigioniero del proprio destino segnato, che Roberto fa incrociare, dando il via al tutto: il viaggio verso la possibilità di una sorte diversa.
 
Da destino segnato e avverso, di cui non si possono cancellare tutti i segni, è però possibile  sognare ancora, mirare a qualcos’altro, a patto di avere in sé una grande forza. 
Ed è in quella diversità, in quella ribellione, tanto condannata dalla miope mediocrità umana, che si annida quel quid che fa la differenza (e questo sarà un senso che accompagnerà tutto il romanzo).
Una scintilla a cui è impossibile impedire di divampare – come quella che arde negli occhi ambrati di Genna - un seme a cui è impossibile impedire di germogliare.

“…aveva occhi marrone chiaro con riflessi dorati che li rendevano ambrati, sembravano gli occhi di una volpe. Anche i denti, ma soprattutto i capelli ricordavano l’astuta Liori, la volpe. Quelli che qualche ora prima gli erano sembrati rosso scuro, con le prime luci dell’alba apparivano di un bel rosso acceso. La carnagione del viso era bianca e depositate sul naso e le guance aveva delle piccole lentiggini. Dello stesso candore aveva le piccole mani dalle dita affusolate. Era minuta, snella e agile nella cavalcatura, tanto che l’anziano pensò che fosse, sì, nata davanti a una porta, ma in groppa ad un cavallo”.

Genna, porta in sé l'agilità, la libertà e fierezza della minuta volpe che si muove furtiva tra i boschi, per non farsi vedere dagli uomini.
Conosce i boschi, i luoghi e le piante, si muove tra odori e colori, silenzi e sguardi, ascolta il ventolegge il tramonto, in un mondo quasi del tutto dimenticato che l’autore descrive con capacità, colorando con delicata sensibilità le sfumature dei suoi personaggi, ma raccontandoci anche della malvagità di cui certi altri possono essere capaci. 
Genna e Rònkina riescono ad emozionarci – in certi tratti perfino commuoverci – così come altre figure riescono a contrariarci, indignarci, arrabbiarci. 
E questo contrasto, funzionale alla storia, penso offra un importante spunto di riflessione al lettore.

La superstizione, l’ignoranza, la cattiveria, contrapposti alla diversità, alla paura ma anche al coraggio essere diversi. La purezza, la ribellione, la libertà, la ricerca della vera felicità. 

Come sempre non mi dilungherò sui dettagli della trama, ma sulle sensazioni trasmesse.

Leggendo il romanzo avremo modo di visualizzare paesaggi reali, di tornare a suoni dimenticati, conoscere o rispolverare usanze, miti e leggende. Sarà un viaggio geografico, ma anche nel tempo, che dalle più arcaiche radici dell’Ogliastra si sposterà verso le valli del Cixerri, sino al castello di Acquafredda, dove il mondo pare più in divenire, e incontreremo la Sardegna medioevale, che si animerà tra festività, giochi equestri e pariglie…

Tante sarebbero le cose da dire, ma si rischierebbe di svelare troppo!

****

Leggendo Genna mi sono tornati alla mente alcuni versi scritti nel lontano 2014.
Mi permetto di accompagnarli come chiusa di questa piccola recensione, che mai potrà sostituire la bellezza di una vera e propria lettura.

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GLI STOLTI

Per le vie del paese
s'aggirava Vocetta la svampita,
col suo fare stralunato.

Al raziocinio non era avvezza,
che tracotasse di alcuna bellezza
o intelletto,
non avrei mai detto.
Ma credete a me che vi riferisco,
che di fantasia ne aveva un mischio!

Giunse nel borgo una forestiera,
pelle di luna, in veste nera.
Di certo era una fattucchiera,
sposa del diavolo, una megera!
Ed il fulvore della sua chioma
non poteva esserne che l'idioma.

Giurò Vocetta di averla vista
cogliere erbe e farne misture.
Parlar nel bosco con le creature,
e di quei fiori ed erbe strane
farne pozioni,
giacer con Satana e i suoi demoni.

- Subito tutti a imbracciar i forconi!
Tra loro Vocetta infervorata.

S'accinsero alla porta,
una marmaglia scomposta,
non ravvisandosi che dentro le loro teste
v'eran demoni di ogni sorta.

(Eleonora Capomastro, 2014)

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mercoledì 26 agosto 2020

Blog in costruzione...

 Cari amici/che,
 il blog è in costruzione e gli inserimenti seguiranno i ritmi non convenzionali del mio Sentire. 
 Mi scuso in anticipo se troverete varie sezioni vuote.
 Ho voluto includere una parte dedicata ad alcune letture, in particolare di autori miei conterranei.
 Per il momento è presente LA DONNA FARFALLA di ROBERTO BRUGHITTA
 In seguito conto di aggiornare la mia sezione e di inserire alcuni libri di autori/autrici sardi/e a me   tanto cari/e.


SUONI ANTICHI, DI PIETRA E DI CANNA - ELEONORA CAPOMASTRO

SUONI ANTICHI, DI PIETRA E DI CANNA (Al Maestro Pinuccio Sciola) Eleonora Capomastro Sulla scogliera sta un uomo con gli occhi socchiusi ad ...